Finalmente i Congolesi il 30 dicembre 2018 hanno votato per eleggere il nuovo presidente. È la quarta volta dal 1960, anno della loro indipendenza dal Belgio, che sono chiamati a un tale importante appuntamento. Ma, alla data attuale, non sanno ancora chi hanno eletto.

Innanzitutto grazie Kabila (il presidente uscente, dittatore di turno) che, dopo due anni dalla fine del suo secondo mandato, dopo aver cercato in tutti i modi di dimostrare che poteva ancora presentarsi come candidato e, vista questa impossibilità, dopo aver preparato per bene un suo delfino, pronto a dimettersi fra un anno per rilanciare lui come unico “possibile presidente salvatore”; grazie per aver concesso queste elezioni, previste dapprima per il 24 dicembre e all’ultimo minuto spostate al 30, realizzate con voto elettronico in un paese al 67% analfabeta e abbastanza privo di corrente elettrica per tenere funzionanti i marchingegni del voto.

La Chiesa Cattolica, attenta e partecipe a questo storico passaggio della sua società, con il suo migliaio di osservatori ben preparati e sparsi su tutto il territorio nazionale, ha percepito subito chi era il vero vincitore, e lo disse, ma fu ripresa aspramente. Perché è evidente a tutti, dal più piccolo paesello immerso nella grande foresta, alle più alte istituzioni nazionali e internazionali, che il popolo congolese si è espresso chiaramente contro l’attuale corrotto potere e ha deciso un radicale cambiamento.

Kabila, capito che il suo delfino era arrivato ad una percentuale di voti a una cifra, leccò per bene il più fragile fra gli oppositori che avevano preso una percentuale più favorevole, un certo Tshisekedi, oppositore ancora più languido del suo omonimo padre, ora defunto.

   . Nessuno ci crede e tutti restano ammutoliti.

Spetta ora alla Corte Suprema l’ultimo verdetto, quella Corte Suprema formata di persone ben scelte a suo tempo dallo stesso Kabila.

«La situazione in Congo è catastrofica – asserisce il dr Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace 2018È in atto una spirale di violenza senza precedenti. Chiudere gli occhi davanti a questo dramma significa esserne complici».

 

«Popolo congolese … un popolo di formiche, di libere formiche … che vanno e vengono e faticano molto … e s’illudono della libertà!»

 

16 gennaio 2019, Leopoldo Rebellato

 

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