Incontro fra i Popoli

...per un'economia di condivisione

Campagna Tappa&Stappa

Soggiorni di condivisione



Vuoi vivere un periodo di riposo, di riflessione di crescita umana e culturale, da solo o con il tuo partner o con un amico/a?

Ti offriamo la possibilità di andare a vivere con chi è di cultura diversa, per un soggiorno di condivisione(da 15 giorni a 6 mesi).


Congo nella città di Bukavu con i ragazzi di strada di Thomas d’Aquin e suor Francesca, o nelle montagne del Bushi, in mezzo a verdeggianti paesaggi, le sorgenti potabilizzate, gli antierosivi, i gruppi di donne, con gli animatori di Bagenda e p. Franco Bordignon, o a Uvira con i bimbi handicappati di suor Bambina, o a Shabunda con i contadini seguiti da Jacques,...

Camerun nella calda zona del Sahel, a vedere i pozzi a giostra nelle scuole e le cooperative di donne e di contadini, con Adama e i suoi animatori.

Ciad sempre nel caldo Sahel, con i bambini di Jean Paul e le comunità espropriate dei loro terreni dalle compagnie petrolifere.

Romania a Beius, nel verde del nord ovest del paese, con suor Maria, suor Antonella e suor Maddalena ed i loro bambini rom.

Nepal con Lily Thapa e le vedove del WHR nella città di Kathmandu o nelle montagne di Kavre o nelle zone rurali di Surket.



Millecinquecento chilometri in moto (Clémentine Cholat - volontaria di Incontro fra i Popoli)

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Lo zaino sulle spalle, con passo deciso arrivo all’aeroporto di Lyon Saint-Exupéry. Questa volta, direzione Africa. Qualche mese prima era stato deciso con Leopoldo, presidente di Incontro fra i Popoli, che sarei partita per tre mesi come volontaria nella provincia del Maniema nel Centro-Est della Repubblica Democratica del Congo. In quella regione Incontro fra i Popoli aveva elaborato, assieme a sei ONG locali, un progetto di formazione delle stesse sei ONG locali, che a loro volta avrebbero formato centinaia di leader di altrettante cooperative agricole. La formazione avrebbe riguardato le tecniche di miglioramento dell’agricoltura e dell’allevamento domestico. Durante questi tre mesi avrei accompagnato gli animatori locali nel loro lavoro di sensibilizzazione e formazione attraverso tutta la provincia del Maniema (100.000 km2).
Arrivo a Kindu, la capitale del Maniema, più di 200.000 abitanti. Sono accolta con entusiasmo dai partner locali. Kindu ... Kindu, città-caldo, città-polvere, città-zanzare. Nonostante due giorni di viaggio caotico, è con calma ed una strana serenità che incontro, una ad una, le persone implicate nel progetto, e piano piano trovo i miei i punti di riferimento. Qualche giorno per acclimatarmi ed eccomi pronta per tre mesi di “profondo Congo”, come qui si dice e circa 1.500 km in moto.
Nel corso di un mese percorriamo il sud della provincia: Kibombo, Kasongo, Wamaza, Mwamuloy, Mugambala, Kampene, Ikisa, Kibila. In ogni città, cittadina e paese, gli animatori distribuiscono informazioni ai leader delle associazioni contadine. Grazie a quanto ascolto, imparo i modi di coltivazione della manioca, del cavolo, del mais, dell’amaranto … imparo le nozioni rudimentali per la costruzione di uno stagno per l’allevamento dei pesci ed inizio a comprendere meglio il ruolo fondamentale che occupano l’agricoltura e l’allevamento all’interno di queste comunità. Incontro decine e decine di Organizzazioni a Base Comunitaria (OBC) con le quali si discute delle loro attività, i loro progetti futuri, la loro visione dello sviluppo. Visitiamo anche le attività già avviate: è con fierezza che ci portano a vedere le centinaia di capre, di polli, qualche maiale, le decine di campi di manioca e gli stagni piscicoli.
Ci dirigiamo poi verso l’Est della provincia. Prima tappa: Kalima, Kalima la pacifica. Un cittadina di 80.000 abitanti, distesa lungo la montagna, nel mezzo della foresta equatoriale. Diverse settimane sul posto mi permettono di provare il ritmo della vita africana.
Riprendiamo in seguito la strada, ancora ad Est, verso il Nord Kivu, provincia confinante con il Maniema. Lavoriamo in diversi paesi: Mugembe, Shabunda, Matili, Kibondi. A causa della vicinanza di alcune zone pericolose, pochi europei (qui chiamati ‘bianchi’) si avventurano in questo territorio. Sono accolta quindi con un entusiasmo ancora maggiore.
Ritorniamo verso Kindu, per l’ultimo giorno di lavoro. Comincio a sentire la fatica accumulata, ma continuano le nostre uscite quotidiane in moto per visitare una cooperativa qui, una cooperativa là. Come altrove, siamo sempre ben accolti e attesi. Non li possiamo quindi deludere.
E’ arrivata l’ora di rientrare. Simbolicamente faccio gli ultimi chilometri in moto nella polvere mattutina di Kindu, fino all’aeroporto. Tre mesi che sarebbero passati in un attimo in Europa, ma qui, in Africa, hanno ‘preso il loro tempo’. Tre mesi caratterizzati da una lentezza che non conosciamo più in Europa, una lentezza serena.
Ora sono nel mio paesello in Francia e sento di dover ringraziare tutte le persone che ho incontrato laggiù, in particolare gli animatori che mi hanno accompagnato attraverso il territorio in cui vivono, lasciando a volte le loro famiglie. Grazie per la benevolenza che mi ha permesso di vivere questa esperienza con fiducia e con pragmatismo. Uno speciale ringraziamento alle donne congolesi che, a volte timidamente, ma sempre con grande dignità, sono venute spontaneamente a parlarmi del loro quotidiano. Rinnovo il mio incoraggiamento a tutte le associazioni congolesi dinamiche e creative che ho incontrato.
E infine, grazie a Incontro fra i Popoli, vicino al quale da ormai tre anni imparo a conoscere meglio le mille facce della cooperazione tra i popoli.


Clémentine Cholat

Il tempo come incontro (Tiziana Gaiotto)

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Sono tornata dall’Africa, mi guardo attorno e vedo la nostra società organizzata, l’ordine, le infrastrutture, la fortuna che abbiamo, ma anche tanta solitudine e individualismo, tante cose superflue, per non parlare della nostra frenesia. Ho trascorso un mese nella Repubblica Democratica del Congo, un soggiorno di condivisione, presso l’associazione Peder, che si occupa del reinserimento sociale e professionale dei ragazzi di strada.
All’inizio mi sono sentita un po’ inadeguata o comunque come un peso; mi hanno prospettato un programma, organizzato nei dettagli, che mi avrebbe permesso di seguire gli animatori dell’associazione in tutte le loro attività. Mi chiedevo perché avrebbero dovuto perdere il loro tempo con me, che non avrei potuto dare gran che di contributo, sia per la poca attinenza del loro lavoro con il mio, che per il poco tempo che sarei rimasta.
Fin da subito, ho capito che per loro il tempo è prima di tutto ricchezza, incontro, relazione, scambio.
Con il personale sono nati interessanti momenti di confronto e riflessione. Coinvolgermi nella loro attività, farmi conoscere la loro realtà, è stato un modo per sensibilizzarmi sui problemi del loro paese. Tutto il loro lavoro è sostenuto da aiuti stranieri; il governo è praticamente assente in tutto. Ecco che mancano le infrastrutture, a partire dalle strade, manca la sicurezza, manca sopratutto una scuola gratuita.
Semplicemente ho vissuto e mi sono lasciata ogni giorno sorprendere dai piccoli incontri, spesso inaspettati: sono stata accolta con curiosità e orgoglio in famiglie poverissime, sono stata ospite da parenti e amici degli animatori, ho visitato le carceri minorili. Mi sono lasciata affascinare dalla vivacità dei mercati, dai colori, dalla povertà, ma anche dall’estrema dignità e intraprendenza della popolazione.
I ragazzini dei centri sono meravigliosi, mi hanno subito fatto sentire a mio agio. Sono curiosi di toccarti, ansiosi d’insegnarti la loro lingua o di condividere con te un gioco o il loro pasto. Un semplice sorriso, una carezza o il solo esserci li rende felici e li fa sentire importanti.
I figli sono considerati la ricchezza della famiglia, spesso le coppie hanno otto - dieci figli, che sono accolti come un dono di Dio. In loro ho visto una grande fede, espressa in modo semplice e naturale, quasi commovente nei momenti di preghiera. Questa esperienza mi fa guardare con occhi diversi il nostro mondo occidentale, la mia realtà, il mio paese. Mi fa apprezzare molte cose che abbiamo, che spesso diamo per scontate, ma scontate non lo sono, come la scuola gratuita, la sanità, le strade, i servizi in genere.
Ho riscoperto l’essenzialità e il valore del tempo vissuto come incontro; ho toccato con mano la povertà, il disagio dei bambini che spesso crescono senza l’affetto dei genitori e senza la possibilità di andare a scuola e quindi di costruirsi un futuro.

Ringrazio “Incontro fra i Popoli” e il “Peder” che mi hanno permesso di vivere questa importante esperienza e spero che questa testimonianza possa essere di stimolo ad altre persone per mettere in discussione il proprio stile di vita.
Tiziana



Le mie vacanze di fine anno (Simone Pietribiasi)

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Le mie vacanze di fine anno le ho volute passare in terra africana. Sono stato ospite ad Uvira del Centro Béthanie con suor Bambina e suor Giovanna, splendide persone come splendidi sono i bambini ospitati, bimbi sordomuti, con problemi motori e bimbi tubercolotici, che avrebbero avuto sicuramente un destino diverso se non fossero stati accolti e curati da queste persone meravigliose. Elias e Didier della Caritas mi hanno poi permesso il contatto con la gente del posto, gente semplicissima e disponibile a condividere quello che non basta neanche a loro. Ho visitato le strutture dell’Ofed di Georgette: la scuola per bimbi di strada, dove però le aule sono ancora mancanti di pavimento, finestre, porte e banchi per i ragazzi. Dopo questi primi giorni, sono arrivato a Bukavu accolto da p. Franco, altra grande figura. Sono poi stato ospite di suor Francesca, la casertana tenace, che mi ha fatto visitare i tre centri del PEDER, diretti da Thomas, Semy e Jeanjean. Ho avuto la grande fortuna di passare una giornata assieme a questi animatori, che mi hanno portato anche nei quartieri più poveri sulle colline. E’ stata una grande lezione di vita e di conoscenza. Non capita tutti i giorni di poter dialogare con congolesi in Congo sulla situazione politica, economica, sociale del loro paese, spaziando dalla situazione a nord sopra la città di Goma dove c’è ancora la guerriglia voluta dall’Occidente potente, attraverso giochi di pressione su stati compiacenti, fino al lavoro oscuro delle multinazionali, di alcune ong, della forza di pace dell’ONU, che invece di creare le basi concrete per uno sviluppo di questa parte dell’Africa, tiene in ostaggio di volontà altrui un popolo, rendendolo dipendente degli aiuti internazionali. Ora vi saluto e vi auguro un nuovo anno ricco di cose buone e povero di cose inutili
Simone



Vita d'Africa (Mirko Tommasi)

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Sotto di me verdi colline ricoperte di folta vegetazione; sto sorvolando con un piccolo aereo antonov il parco naturale di Kahuzi Biega, dove immagino i gorilla liberi nella foresta equatoriale. Tutto ad un tratto in lontananza, tra le nubi, vedo un grande fiume giallo di sabbia, colore tipico di molti fiumi africani. All’interno di una sua grande ansa a forma di ferro di cavallo, un grosso centro abitato. L’aereo vira a sinistra, oltrepassa il fiume Ulindi e atterra in un piccolo aeroporto sterrato. Sono a Shabunda, città capoluogo dell’omonimo territorio, situato nella provincia del Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. In città, a parte pochi religiosi, sono l’unico “straniero” e si vede. Ogni qualvolta io esca di casa, quando cammino per la strada, tutti i bambini si fermano a guardare questo nuovo “muzungu”, termine che in lingua swahili identifica le persone di carnagione chiara. Mi corrono incontro salutandomi in swahili, in francese o in inglese e si mettono in fila per stringermi la mano, alcuni poi guardano se ho loro macchiato la mano di bianco. Si domandano se sono un padre missionario o un medico o un militare dell’ONU. C’è anche qualche bimbo che scappa terrorizzato, gridando “muzungu, muzungu”, quasi fossi, a rovescio, il cattivo “uomo nero” dell’immaginario dei nostri bambini di una volta. Quando sono partito dall’Italia avevo un po’ di timore di trovare tensioni politico-militari, ciò per colpa soprattutto dei nostri mass mediache molte volte distorcono la vera informazione. Già dal mio arrivo ho però capito che le cose no erano affatto come venivano dipinte da noi. Qui a Shabunda tutto è tranquillo. Come si faccia a dire che la situazione è critica, senza neppure venire a vedere, è un mistero che non so spiegare. Ma perchè mancano gli occidentali? L’energia elettrica e l’acqua corrente non esistono, come neppure tutti i confort materiali occidentali. Ogni cinque giorni mi avvio ad una fonte d’acqua, distante circa un paio di chilometri, con la mia tanichetta da dieci litri e qualche altra bottiglia. Ad andare a prendersi l’acqua sono l’unico maschio adulto e per di più bianco, e la cosa si nota. Molti mi guardano con un misto di stupore e incredulità. Il motivo? L’approvvigionamento dell’acqua, come tutti i lavori di casa ed i lavori dei campi, è destinato alle donne e ai bambini. Il lavoro tradizionale riservato agli uomini è quello di disboscare i campi di famiglia che si trovano nella foresta. Lavoro che li impegna mediamente quattro mesi l’anno, poi si riposano e prendono tutte le decisioni politiche e di quanto altro, senza ovviamente consultare le donne. Un uomo che vada a prendersi l’acqua o che faccia i lavori di casa, qui, secondo la cultura tradizionale locale, non si fa rispettare dalla sua donna, che cerca di sopraffarlo. Ciò è ovviamente una scusa inventata dagli stessi maschi per sottomettere la donna. Con il mio esempio spero che qualcosa possa iniziare a cambiare. I futuri programmi di sviluppo proposti dai vari organismi internazionali e locali dovrebbero tener presente la situazione in cui si trovano attualmente le donne ed i bambini. In quest’ottica faccio mia un’affermazione di Giovanni Paolo II: “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla maturazione della mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica”. Il problema principale di questa città e della sua gente penso sia l’isolamento. Shabunda non ha più una strada praticabile che la colleghi a Bukavu, città da dove provengono tutti gli approvvigionamenti alimentari e d’altro genere. Tutto ciò che si trova qui, a parte i prodotti locali, arriva via aerea da Bukavu ad un costo di trasporto di circa un euro per kg, cui si aggiunge ovviamente il rincaro dei commercianti locali. Non è quindi difficile capire che l’acquisto dei prodotti importati, dal sapone ai vestiti ai quaderni per gli scolari, diviene proibitivo per la stragrande maggioranza della gente. E me ne rendo perfettamente conto quando vedo molta gente mangiare una sola volta al giorno un piatto a base di manioca o di riso mescolati a qualche verdura; raramente la carne perché è molto costosa.Finalmente è iniziata la ricostruzione dei 350 km di strada che arriva da Bukavu. Tra un paio d’anni l’economia del territorio potrà finalmente riprendersi. In attesa che tutto ciò avvenga, il turismo, fatto però in modo responsabile, come lo propone Incontro fra i Popoli, può aiutare molto, portando un po’ più di ricchezza a quest’area immersa nella foresta equatoriale. Ci si troverebbe poi ad essere tra le pochissime persone occidentali al mondo ad aver scoperto la bellezza di questo territorio.
Se leggendo il mio articolo vi ho fatto venir voglia di venire in Repubblica Democratica del Congo, tentate di scrivermi via internet (a volte funziona):mirko@incontrofraipopoli.it
Ciao
Mirko

Da una giostra l’acqua per l’Africa (Paolo Tabora, volontario di IfP)

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Il progetto “pozzi a giostra”, avviato in Camerun nel gennaio 2008 avanza bene: realizzate sette perforazioni, costruite tre cisterne in cemento armato per l’acqua e sette giostre, di cui tre già installate, costituiti dieci Comitati di Gestione dell’Acqua.
Il grazie di tutti a Paolo Tabora, tecnico meccanico per otto mesi in Camerun come volontario e a titolo gratuito, che ha affiancato la squadra tecnica camerunese di pozzisti, saldatori e carpentieri, costituendo per questi un’occasione di scambio culturale e soprattutto di crescita professionale.
“Mi sono avvicinato alla realtà della cooperazione internazionale perché volevo contribuire a diminuire le disuguaglianze che regnano nel mondo. Coopero da anni con l’associazione Ingegneria senza Frontiere, grazie alla quale ho conosciuto Incontro fra i Popoli. Sono partito per il Camerun a gennaio, carico di speranze e buone intenzioni, con lo scopo di fornire strumenti per migliorare il sistema di reperimento di acqua sfruttando energie alternative e così sperando di stimolare i giovani africani alla scoperta di nuove risorse energetiche. All’inizio mi sono imbattuto in una realtà totalmente diversa, con grande difficoltà. Quando ho provato ad esporre ai colleghi africani il piano di lavoro generale, ho trovato incredibili freni a causa della mancanza di condivisione degli elementi più essenziali. Anche il reperimento della strumentazione più basilare, come i bulloni, si è dimostrato un problema considerevole. Bafia, per quanto corrisponda ad un nostro capoluogo di provincia, era completamente sprovvista delle attrezzature fondamentali.
Lavorare a fianco dei partner africani, condividere le fatiche e godere insieme dei successi, mi ha portato a cambiare i miei punti di vista, verso una visione più allargata dei molteplici aspetti delle problematiche in gioco. Non dimenticherò mai il giorno in cui abbiamo installato con successo la seconda giostra, a Omende. Che bella esperienza di vita imparare altre culture, usi, modi diversi di vedere la vita e conoscere delle verità lontane. Le difficoltà mi hanno portato a godere maggiormente dei risultati positivi raggiunti assieme allo staff di colleghi africani, che avevo vicino, e italiani che mi seguivano da lontano. Che gioia vedere i bambini divertirsi felici, più o meno consapevoli di aiutare con il loro gioco tutta la comunità. Ho visto bambini percorrere dieci chilometri a piedi per andare a giocare nella nuova ed unica giostra di tutto il territorio. Ad altri ora proseguire il lavoro” E qualche altro andrà ancora in Camerun per proseguire l’opera con gli africani e non solo per concludere il progetto nel Dipartimento di Mbam e Inubù, ma magari per iniziarne un nuovo e costruire altri pozzi a giostra nel dipartimento di Kaélè, dove il vicino deserto del Sahara rende ancor più arida la terra e più scarsa l’acqua. Grazie a quanti contribuiscono finanziariamente: molte persone, una cinquantina tra scuole ed enti pubblici e privati impegnati nella campagna “Tappa e Stappa” (raccolta e riciclo di tappi di plastica), gli istituti Bernardi e Duca degli Abruzzi di Padova ed infine Unione Europea, Regione del Veneto, AATO Brenta, Fondazione CariVerona, Banca Padovana di Credito Cooperativo filiale di Villa del Conte (PD).


Incontro fra i Popoli - ONG - ONLUS
info@incontrofraipopoli.it
5 per mille 1. Firma nel riquadro dedicato alle Organizzazioni Non Lucrative (Onlus)
2. Riporta il codice fiscale di Incontro fra i Popoli: 92045040281