Del mio soggiorno di trentacinque giorni in Congo presso i partner di Incontro fra i Popoli conservo innanzitutto una visione di contrasti, se non di paradossi. Sì, non c’è la corrente elettrica, ma i mondiali di calcio sono seguiti anche nel più piccolo paesetto grazie alle batterie delle auto o di altri espedienti. Gli indicatori di povertà sono allarmanti, ma non è raro incrociare persone con due o tre cellulari (uno per ogni operatore). La Monusco (delegazione dell’ONU) è chiusa dietro il suo filo spinato e le sue altane, ma è di fronte a dei mercati colorati e brulicanti di persone. Ciò che soprattutto colpisce il nuovo arrivato, come me, è pure l’assenza dello Stato, dunque di infrastrutture e di servizi pubblici. Niente raccolta di rifiuti, illuminazione pubblica, manutenzione delle strade, servizio postale. Solo i posti fissi di blocco stradale dove si deve pagare la “tassa stradale”, blocchi che isolano ancor più il territorio, ricordano l’esistenza di uno Stato congolese. E le rare infrastrutture esistenti, senza manutenzione, si degradano rapidamente. Questo sentimento di regressione è ancor più terribile dell’impoverimento totale.

All’opposto di questo Stato fallito, le ONG, tanto straniere che locali, sono onnipresenti. Ogni paese attraversato è contornato da una serie di cartelli dagli acronimi complicati, ciascuno felicitandosi della costruzione di una data infrastruttura. La scuola di Shabunda ne è l’apogeo, con una sigla di ONG diversa per ciascuno dei quattro servizi igienici. Allo stesso modo si constata la presenza di tutte le confessioni religiose e settarie con i loro rispettivi luoghi di culto, germoglianti in maniera frenetica e disordinata. La popolazione congolese allora si trova ridotta a un vasto mercato di aiuto internazionale e ad un mercato di anime.

Questa popolazione esce da anni di guerra e di instabilità che hanno sgretolato le dinamiche sociali. La gestione comunitaria che era prevalente (sorgenti d’acqua, problematiche agricole, ecc.) è stata sostituita da un assistenzialismo generato dall’afflusso di aiuti esterni. Oggi, che una certa stabilità è stata ritrovata, l’effetto di attesa resta forte. Tuttavia non è possibile generalizzare: diversi movimenti collettivi spontanei cercano di migliorare la situazione socio- economica delle loro località.

Il ruolo di Incontro fra i Popoli è allora di trovare, in questo immenso territorio che è la RD Congo, queste minuscole scintille di dinamismo sociale, per poi accompagnarne la crescita. Questo comporta un rapporto di fiducia, un trattamento da pari a pari, ma esige anche la produzione di rapporti di attività seri e di pezze giustificative. Questo è difficile fintantoché i gruppi rispondono: “ I nostri rapporti sono i nostri campi coltivati; venite voi stessi a vederli”.

Questo obiettivo di accompagnamento ci ha portato sul terreno per studiare l’impatto sui gruppi di allevatori e di agricoltori dei “grandi animatori”, formati da Incontro fra i Popoli e il Comité Anti Bwaki di Bukavu.

Ho avuto occasione di fare un grande giro nel Maniema, una regione che non ha conosciuto direttamente la guerra, ma ne ha subito le conseguenze. È abbandonata tanto dallo stato che dalle organizzazioni internazionali. Isolate, le città non ricevono che per via aerea l’essenziale dei prodotti ordinari di consumo. I prezzi in città sono elevatissimi. Nonostante questo nei paesi rurali a qualche chilometro si trovano degli agricoltori in crisi di sovrapproduzione, nell’impossibilità di veicolare i loro prodotti in città.

E, per raggiungere le località dei gruppi di agricoltori, eccomi sul sedile di una moto che si inoltra sempre più profondamente nelle foreste, mentre il giorno avanza. Quando un guasto serio ci obbliga a finire la nostra tappa di notte, si schiude la magia: i paesi attraversati non sono più visibili che per dei bracieri che lasciano appena indovinare delle ombre riunite per mangiare. Sopra di noi il cielo stellato si apre un varco tra i rami sovrastanti la pista. Dietro a noi l’oscurità totale e la sensazione opprimente che la vegetazione si chiuda su di noi. E davanti, la tenue luce del nostro faro, che sembra solo amplificare le ombre.

Arsène François  (22 anni, Nizza)