ACADISHA 1

Shabunda, Sud Kivu, primo viaggio in Congo, prima esperienza in Africa. Qui quando piove, le cataratte del cielo si spaccano in due con un fragore di tuono che senti fin lungo la spina dorsale e quando, invece, torna il sole, picchia così forte da seccare la terra argillosa in poche ore, creando delle crepe profonde. Qui la foresta è fitta e insidiosa, ma anche generosa, offrendo frutta, legname e selvaggina, fin troppo sfruttati. Tuttavia, nonostante questa generosità e un grande potenziale, coltivare a Shabunda non è facile come si potrebbe credere. L’ho imparato lavorando giorno dopo giorno a fianco dei membri dell’ACADISHA (Action Concrète d’Appui au Développement Integrale de Shabunda), una giovane ONG locale cha ambisce ad avviare un processo di uscita dalla povertà per la gente del suo territorio, realizzando progetti di integrazione fra agricoltura, allevamento e piscicoltura.

Al mio arrivo, a metà ottobre dell’anno scorso, non era ancora stato stabilito di che cosa mi sarei occupata esattamente durante i miei sei mesi di soggiorno di condivisione, ma, trovando subito una forte sintonia, sono bastate poche ore per decidere insieme a Jacques Kalumba Nalwango, fondatore e coordinatore dell’associazione, di elaborare e mettere in pratica un progetto orticolo. Avviare un grande orto con lo scopo di sensibilizzare la popolazione sui benefici della coltivazione e del consumo di verdure: il miglioramento dell’alimentazione, l’alleggerimento del carico di lavoro sulle donne, la possibilità di un guadagno extra vendendo i prodotti al mercato locale, la disponibilità di cibo nelle vicinanze dell’abitazione, anche quando il cattivo tempo o, peggio, l’insicurezza causata dalle sempre minacciose incursioni dei gruppi di ribelli attivi nella zona, impediscono di raggiungere i campi nel mezzo della foresta.

Così per sei mesi, insieme abbiamo affrontato le numerose difficoltà che ostacolavano la realizzazione del nostro progetto: la durezza e l’infertilità del suolo, la minaccia degli animali domestici lasciati liberi di vagare, i cambiamenti meteorologici, i potenziali furti da parte di chi è troppo misero o troppo pigro, l’incredulità e la diffidenza o addirittura di chi ci vedeva ogni giorno al lavoro.

Mano a mano che crescevano le nostre piantine, curate e protette con impegno, cresceva anche l’interesse della gente che mi vedeva percorrere ogni giorno il tratto di strada fra la sede dell’associazione, dove soggiornavo, e il nostro orto. Alcuni vicini iniziarono anche loro a fare l’orto attorno alla casa.

Come ci ricorda Incontro fra i Popoli, ‘al povero non manca l’intelligenza ma l’opportunità’ e, mi permetto di aggiungere io, anche l’incoraggiamento dei loro fratelli europei, noi, che, anche con mezzi limitati, possono renderli consapevoli di non essere soli nelle loro sfide e difficoltà.

Nonostante che a metà novembre del 2012 le milizie degli M23, gruppo di ribelli, avessero preso la città di Goma e, per la mia sicurezza, mi fosse consigliato di rientrare in Italia prima che fossero chiuse tutte le vie di uscita da Shabunda, io ho deciso di rimanere. La prospettiva della mia partenza aveva un effetto scoraggiante sui membri dell’ACADISHA, orgogliosi di ospitare una volontaria inviata da Incontro fra i Popoli. Ho letto negli occhi di alcuni di loro un vero abbattimento, immaginando che fosse il risultato dei vent’anni di guerre e guerriglie che affliggono costantemente il Congo orientale e impediscono alla gente anche solo di svolgere le loro normali attività, paralizzandoli in una paura che è ormai entrata nelle ossa.

All’instabile situazione militare, si aggiungono gli ostacoli generati da uno stato che non funziona e dalle infrastrutture quasi inesistenti. A Shabunda la gran parte delle merci non prodotte localmente, cioè la quasi totalità, e anche delle persone, arriva a bordo di piccoli aerei cargo che sono l’unico collegamento con Bukavu, la grande città più vicina. Questo determina un aumento incredibile del prezzo di qualsiasi merce (un sacco di cemento di 50 kg costa 100 dollari a Shabunda, 20 dollari a Bukavu!) aggravando ulteriormente il peso economico su una popolazione per gran parte al di sotto della soglia di povertà.

Questa complessa situazione rende particolarmente difficoltoso l’operato di chiunque abbia la volontà di attuare un cambiamento in positivo. Durante il mio soggiorno è cresciuta in me una grande ammirazione nei confronti delle persone con le quali ho condiviso la vita e il lavoro, che nonostante tutto non demordono e continuano a lottare con creatività e tenacia. In quei sei mesi ho ricevuto immensamente in idee e calore umano.

Il mio vivo ringraziamento ad ACADISHA e anche a Leopoldo Rebellato e a tutto lo staff di Incontro fra i Popoli, che mi hanno dato l’opportunità di aprire una nuova porta e fare un salto in quest’altro “pianeta”, tendendo anch’io uno degli invisibili fili che permettono ai popoli di incontrarsi e di crescere insieme.

Chiara Menegazzi (36 anni, Verona)