Le mie pupille evasero dalla bambagia onirica. Volteggiarono sulle luci intermittenti di Kinshasa e si smarrirono nel fiume umano che lasciava quotidianamente il fango delle periferie cittadine per inseguire un raggio di sole sulla frontiera delle periferie sociali.
Tagliai la corda che teneva il mio battello ancorato a quel porto macrocefalico. Nel giro di qualche ora mi ritrovai in una verde culla accovacciata su una sfera incandescente.
E col sudore, sotto quel sole cocente, abbandonavano il mio corpo tutte le certezze che ogni mattina vestivano il mio essere subalterno alle aride convenzioni. Nell’acqua torbida degli stagni in mezzo alla foresta si specchiava un’anima sempre più limpida. La lingua della costa mi strinse la mano. Quanto era bella… I suoi penetranti occhi arabi mi conquistarono. Accarezzai le sue dita bantu e iniziammo a danzare tra milioni di cuccioli di uomo che scandivano i nostri passi con avvolgenti sorrisi.
Orfano della vanità aprii lo scrigno dei sensi che si librarono nel freddo pungente di un ossimoro colore dell’ebano.
Chiuso in bagno mi cosparsi il capo di cenere che lavai con tiepida acqua piovana.
Passi tribali trafissero il mio emisfero sinistro. Addio calcoli e programmi, addio pettini e cravatte, addio lacrime borghesi. Naufrago in un calice di nettare divino mi risvegliai, profano tra i peperoncini in una zuppa di funghi, all’alba.
Incaprettato dal buio, tra le braccia di una zanzariera, baciai le labbra candide della luna piena mentre risuonavano, dirompenti, le preghiere animiste.
Stringevo la mano al sorriso quando fui colto di sorpresa dagli odori del tramonto:
“Ma guarda un po’ che sono in Sicilia!”, pensai.
Umida, la savana profumava come le campagne ai piedi dell’Etna.

Giovanni Scioltosciolto_2