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Sotto di me verdi colline ricoperte di folta vegetazione; sto sorvolando con un piccolo aereo antonov il parco naturale di Kahuzi Biega, dove immagino i gorilla liberi nella foresta equatoriale. Tutto ad un tratto in lontananza, tra le nubi, vedo un grande fiume giallo di sabbia, colore tipico di molti fiumi africani. All’interno di una sua grande ansa a forma di ferro di cavallo, un grosso centro abitato. L’aereo vira a sinistra, oltrepassa il fiume Ulindi e atterra in un piccolo aeroporto sterrato. Sono a Shabunda, città capoluogo dell’omonimo territorio, situato nella provincia del Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo.

In città, a parte pochi religiosi, sono l’unico “straniero” e si vede. Ogni qualvolta io esca di casa, quando cammino per la strada, tutti i bambini si fermano a guardare questo nuovo “muzungu”, termine che in lingua swahili identifica le persone di carnagione chiara. Mi corrono incontro salutandomi in swahili, in francese o in inglese e si mettono in fila per stringermi la mano, alcuni poi guardano se ho loro macchiato la mano di bianco. Si domandano se sono un padre missionario o un medico o un militare dell’ONU. C’è anche qualche bimbo che scappa terrorizzato, gridando “muzungu, muzungu”, quasi fossi, a rovescio, il cattivo “uomo nero” dell’immaginario dei nostri bambini di una volta.

Quando sono partito dall’Italia avevo un po’ di timore di trovare tensioni politico-militari, ciò per colpa soprattutto dei nostri mass media che molte volte distorcono la vera informazione. Già dal mio arrivo ho però capito che le cose no erano affatto come venivano dipinte da noi. Qui a Shabunda tutto è tranquillo. Come si faccia a dire che la situazione è critica, senza neppure venire a vedere, è un mistero che non so spiegare. Ma perchè mancano gli occidentali? L’energia elettrica e l’acqua corrente non esistono, come neppure tutti i confort materiali occidentali.

Ogni cinque giorni mi avvio ad una fonte d’acqua, distante circa un paio di chilometri, con la mia tanichetta da dieci litri e qualche altra bottiglia. Ad andare a prendersi l’acqua sono l’unico maschio adulto e per di più bianco, e la cosa si nota. Molti mi guardano con un misto di stupore e incredulità. Il motivo? L’approvvigionamento dell’acqua, come tutti i lavori di casa ed i lavori dei campi, è destinato alle donne e ai bambini. Il lavoro tradizionale riservato agli uomini è quello di disboscare i campi di famiglia che si trovano nella foresta. Lavoro che li impegna mediamente quattro mesi l’anno, poi si riposano e prendono tutte le decisioni politiche e di quanto altro, senza ovviamente consultare le donne. Un uomo che vada a prendersi l’acqua o che faccia i lavori di casa, qui, secondo la cultura tradizionale locale, non si fa rispettare dalla sua donna, che cerca di sopraffarlo. Ciò è ovviamente una scusa inventata dagli stessi maschi per sottomettere la donna. Con il mio esempio spero che qualcosa possa iniziare a cambiare. I futuri programmi di sviluppo proposti dai vari organismi internazionali e locali dovrebbero tener presente la situazione in cui si trovano attualmente le donne ed i bambini. In quest’ottica faccio mia un’affermazione di Giovanni Paolo II: “Lo sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro né dagli aiuti materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla maturazione della mentalità e dei costumi. E’ l’uomo il protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica”.

Il problema principale di questa città e della sua gente penso sia l’isolamento. Shabunda non ha più una strada praticabile che la colleghi a Bukavu, città da dove provengono tutti gli approvvigionamenti alimentari e d’altro genere. Tutto ciò che si trova qui, a parte i prodotti locali, arriva via aerea da Bukavu ad un costo di trasporto di circa un euro per kg, cui si aggiunge ovviamente il rincaro dei commercianti locali. Non è quindi difficile capire che l’acquisto dei prodotti importati, dal sapone ai vestiti ai quaderni per gli scolari, diviene proibitivo per la stragrande maggioranza della gente. E me ne rendo perfettamente conto quando vedo molta gente mangiare una sola volta al giorno un piatto a base di manioca o di riso mescolati a qualche verdura; raramente la carne perché è molto costosa.

Finalmente è iniziata la ricostruzione dei 350 km di strada che arriva da Bukavu. Tra un paio d’anni l’economia del territorio potrà finalmente riprendersi. In attesa che tutto ciò avvenga, il turismo, fatto però in modo responsabile, come lo propone Incontro fra i Popoli, può aiutare molto, portando un po’ più di ricchezza a quest’area immersa nella foresta equatoriale. Ci si troverebbe poi ad essere tra le pochissime persone occidentali al mondo ad aver scoperto la bellezza di questo territorio.

Se leggendo il mio articolo vi ho fatto venir voglia di venire in Repubblica Democratica del Congo, tentate di scrivermi via internet (a volte funziona):

Ciao

Mirko Tommasi  (33 anni, Nove)